Il potere della democratizzazione - generare fiducia nei dati grazie alla governance collaborativa

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I servizi informatici aziendali stanno attraversando ancora una volta un periodo di grande cambiamento dovuto alla pressione proveniente dai ranghi dei lavoratori.

È una storia che già conosciamo, basti pensare alla bufera che si è scatenata con l’apparizione del fenomeno bring-your-own-device (BYOD, porta il tuo dispositivo), quando i dipendenti hanno cominciato a chiedere di poter usare i loro cellulari o tablet personali sul posto di lavoro. Siccome i reparti informatici esitavano ad accogliere tali richieste, certi utenti intraprendenti hanno trovato il modo di aggirare l’ostacolo creando lo “Shadow IT” per accedere ai sistemi aziendali sui loro dispositivi. Ovviamente, così facendo, hanno anche compromesso inconsapevolmente informazioni aziendali sensibili.

Oggi, stiamo assistendo a nuovi cambiamenti sempre apportati dagli utenti. Questa volta gli utenti richiedono l’accesso ai crescenti insiemi di Big Data che le aziende hanno accumulato e alle informazioni utili in essi contenute. Se i reparti informatici non sono in misura di fornire gli strumenti necessari per recuperare le informazioni che risiedono nei data lake, i dipendenti troveranno soluzioni alternative – come hanno fatto in precedenza durante l’era del BOYD – che metteranno probabilmente a repentaglio i dati aziendali. L’IT non ha quindi altra scelta che mettere i dati a disposizione di tutte le aree di business in modalità self-service. Ma occorre trovare il modo opportuno di farlo senza esporre il patrimonio informativo dell’impresa a rischi inutili. La risposta al problema è la governance collaborativa.

La transizione tra il modello della data governance “dall’alto” a quello collaborativo può rivelarsi ardua, ma offre l’opportunità di creare un sistema basato sulla fiducia nelle banche dati dell’azienda, sistema in cui i lavoratori collaborano con i reparti informatici al fine di mantenere e/o migliorare la qualità, la governance e la sicurezza dei dati. La buona notizia è che gli specialisti dell’IT dispongono dello schema di data governance collaborativa abbozzato dalle aziende pioniere del World Wide Web. Così come il Web 2.0 si è evoluto attorno a tendenze basate sulla collaborazione tra utenti, sulla condivisione dei contenuti da essi generati e sul social networking, così si sviluppa il concetto di governance collaborativa. Questo approccio abbatte le barriere tecnologiche e psicologiche tra i detentori e i consumatori di dati, permettendo a ogni lavoratore all’interno di un’organizzazione di condividere la responsabilità della protezione dei dati aziendali. Un concetto che ha in sé il potere di trasformare interi settori.

Wikipedia è un buon esempio di collaborazione tra utenti. Lanciato nel 2001, è in sesta posizione tra i siti più popolari al mondo per quanto concerne il traffico web. Tutti possono contribuire e modificare delle voci – una possibilità che presenta vantaggi e svantaggi in materia di affidabilità e fiducia. 

Si pensi anche a TripAdvisor, un’agenzia americana di viaggi online che propone recensioni e forum interattivi e che è stata tra le prime aziende ad adottare il contenuto generato dagli utenti. 

Airbnb è un altro eccellente esempio di governance collaborativa in azione. Fondata nel 2008 come un portale affidabile sul quale le persone possono pubblicare, scoprire e prenotare alloggi unici in tutto il mondo”, tra cui, come indica il sito, “un appartamento per una notte, un castello per una settimana o una villa per un mese”, la società propone un nuovo concetto: gli utenti forniscono gli alloggi e Airbnb mette a disposizione la piattaforma sulla quale i proprietari e i viaggiatori possono prenotarli e condividere le loro esperienze.  

La fiducia ha sempre costituito la più grande sfida e al contempo il più potente motore del passaggio all’approccio collaborativo. Gli utenti ripongono la loro fiducia in altri utenti per aggiornare in modo preciso contenuti e commenti, il che significa che i consumatori confidano unicamente nelle informazioni ottenute in questo modo. Il sistema funziona perché i dati sono abbondanti e la piattaforma nella quale risiedono è stata concepita specificatamente per assicurare una migliore esperienza utente.

Consideriamo ora il paesaggio informatico tipico di un’azienda. Le informazioni, in passato, erano disegnate e pubblicate da un piccolo numero di specialisti che concentravano i loro sforzi sugli “utenti finali”, ovvero coloro che utilizzavano le informazioni. Oggi, la proliferazione di dati all’interno delle aziende è incontrollabile, come lo era sul Web. Ci troviamo tutti di fronte a una crescita del numero di applicazioni cloud in uso presso uffici vendite, marketing, risorse umane, operazioni o finanza che vengono a completare le applicazioni esistenti, quali ERP, data warehousing, o CRM. Applicazioni digitali e mobili connettono i sistemi IT al mondo esterno. Al fine di gestire questi flussi di dati, emergono all’interno delle organizzazioni nuovi profili, come i data analyst, i data scientist o i data steward, il cui ruolo incentrato sulle informazioni sfuma la frontiera tra i consumatori e i fornitori aziendali di dati. Come è successo con l’adozione del modello BYOD, queste nuove funzioni rappresentano delle sfide in termini di qualità, affidabilità e fiducia dei dati a livello dell’impresa, alle quali i reparti informatici devono fare fronte.

Via via che il modello Web 2.0 si è evoluto, la fiducia tra i consumatori e i loro service provider si è stabilita grazie a meccanismi di crowdsourcing per le recensioni, le classifiche e la reputazione online. Un insegnamento tratto dal mondo dei consumatori è che la fiducia produce enormi vantaggi. I reparti informatici aziendali che sostengono strategie scelte già adottate dalle loro controparti nel mondo dei consumatori, più indipendente, possono raggiungere gli stessi risultati positivi.    

Istituire un sistema di fiducia basato sulla governance collaborativa dei dati e sul concetto di self-service è solo una delle tante opportunità offerte alle strutture IT in continua evoluzione. Grazie al self-service, gli utenti aziendali sono più concretamente coinvolti nella raccolta, pulizia e qualifica dei dati provenienti da fonti svariate, che possono quindi poi analizzare e utilizzare per prendere decisioni più informate. Attualmente molte aziende, nella loro corsa sfrenata verso una strategia data-driven, fondano il loro processo decisionale su informazioni incomplete e imprecise. Infatti, secondo il Data Warehousing Institute, i dati “sporchi” costano alle imprese 600 miliardi di dollari all’anno. Senza un solido sistema di governance dei dati, le aziende continueranno ad andare incontro a perdite ingenti ed eventuali fallimenti.

La governance collaborativa dei dati è un metodo semplice mediante il quale i reparti informatici possono assicurare la qualità, la sicurezza e l’accuratezza del capitale informativo delle aziende in un ambiente self-service. Con questo sistema, i dipendenti correggono, qualificano e puliscono i dati aziendali. E ciò aiuta l’IT, poiché i record dei dati master vengono aggiornati da coloro che li conoscono meglio (per esempio, l’analista marketing che pulisce i lead che hanno partecipato a una fiera o l’analista finanziario che rettifica un bilancio su un foglio di calcolo).  

Inoltre, favorire il passaggio cruciale a un maggiore coinvolgimento degli utenti all’interno di un’organizzazione comporta numerosi altri vantaggi. Gli utenti risparmiano tempo e aumentano la loro produttività quando lavorano con dati affidabili. Il marketing migliora le campagne. I call center utilizzano informazioni sui clienti più attendibili e precise, con grande soddisfazione di tutti. E l’azienda ha un più grande controllo sul suo bene più prezioso: i dati.

Ecco quindi il mio semplice messaggio alle aziende che vogliono essere guidate dai dati: la trasformazione digitale può essere raggiunta — è solo una questione di fiducia.

 

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